Accordi ristrutturazione dei debiti e concordato preventivo

Accordi di ristrutturazione dei debiti

Nell’ambito del diritto bancario e gli accordi di ristrutturazione assumono un rilievo centrale nella promozione del rilancio dell’attività d’impresa. Tali accordi sono uno strumento mediante il quale le aziende possono delineare un piano di ristrutturazione del debito da sottoporre all’approvazione dei creditori per superare una crisi aziendale.

In questo periodo è sempre più frequente che le aziende, a causa della crisi di numerosi settori produttivi dovuti alla pandemia in corso o agli effetti del blocco dei licenziamenti, si trovino ad affrontare crisi di liquidità che appaiono irreversibili. In tale contesto, assumono particolare rilievo due degli strumenti di soluzione alla crisi d’impresa offerti dall’ordinamento, al fine di impedirne la cessazione o, persino, il fallimento e, segnatamente, la ristrutturazione dei debiti e il concordato preventivo.

Per individuare lo strumento più idoneo, tra quelli in esame, a tutelare le ragioni aziendali, ne analizzeremo brevemente i principali elementi in comune e vantaggi e le criticità prevalenti. Per l’avvio della procedura relative sia agli accordi di ristrutturazione del debito aziendale che al concordato preventivo occorre presentare un piano in Tribunale, dai contenuti sostanzialmente analoghi e, tanto in un caso quanto nell’altro, una volta depositata la proposta, si ottiene il blocco delle azioni esecutive e cautelari e la scadenza dei debiti pecuniari, per i crediti anteriori alla procedura. Inoltre, in entrambe le procedure si può ricorrere alla transazione fiscale ex art. 182 ter della Legge fallimentare.

Nel caso di successivo fallimento, gli atti posti in essere in esecuzione del concordato o degli accordi di ristrutturazione saranno irrevocabili. I due procedimenti, però, salvo alcuni aspetti in comune, quali quelli sopra menzionati, dalla presentazione della domanda si differenziano sia in termini di procedura sia per gli effetti.

Differenze tra accordi di ristrutturazione dei debiti e concordati preventivi

L’accordo di ristrutturazione dei debiti appare prima facie uno strumento più semplice, più celere e più economico del concordato e con una ridotta attività del Tribunale. Per gli accordi di ristrutturazione ai sensi dell’art. 182 bis L.F., invero, il Tribunale si limita a un controllo puramente formale, verificando solo la fattibilità del piano mentre non vi è alcun controllo giudiziale sull’esecuzione dello stesso a seguito dell’omologazione.

A differenza del concordato, l’istituto degli accordi di ristrutturazione non prevede che entro il termine di 15 giorni dal decreto di ammissione venga depositata in cancelleria una somma compresa tra il 50% e il 20% delle spese che si sono stimate essere necessarie per l’intera procedura.

Inoltre, gli accordi di ristrutturazione, come in tutti i casi di composizione stragiudiziale, consentono di soddisfare i creditori senza rispettare la par condicio creditorum, sicchè potranno raggiungersi accordi a condizioni differenziate per i creditori aventi la stessa posizione giuridica e interessi economici omogenei; diversamente, nel concordato preventivo vige il principio della par condicio creditorum e l’unica deroga è rappresentata dalla possibilità di suddividere i creditori in classi, fermo restando il trattamento paritario nell’ambito di ciascuna classe.

Non esiste, peraltro, alcun obbligo di legge di informare i creditori che non aderiscono all’accordo di ristrutturazione, che potranno apprenderne il contenuto per effetto del deposito dell’accordo presso il registro delle imprese.

Infine, con l’accordo di ristrutturazione il debitore prosegue nella gestione dell’impresa.

Quando si può applicare la ristrutturazione dei debiti

Nei fatti, tuttavia, l’accordo di ristrutturazione spesso non può essere utilizzato e, comunque, di sovente incontra la diffidenza dei creditori. Gli accordi di ristrutturazione, invero, devono essere approvati dai creditori che rappresentino almeno il 60% dei crediti esigili dell’imprenditore e garantire il pagamento integrale dei creditori estranei all’accordo entro 120 giorni dalla data di omologazione dell’accordo, o dalla data di scadenza del credito, se questa è successiva alla data di omologazione. Ciò vuol dire che siffatto strumento non sarà utilizzabile ogni qual volta si ritiene di non poter raggiungere il consenso del 60% dei creditori o quando le risorse finanziarie a disposizione non permettono di soddisfare integralmente fino al 40% dei crediti rimasti estranei all’accordo, portando ad optare necessariamente per il concordato. Nel concordato, difatti, l’art. 160 della Legge Fallimentare richiede solo che la proposta di concordato assicuri il pagamento di almeno il 20% dell’ammontare dei crediti chirografari. Il concordato, come detto, presenta una procedura molto più complessa e peculiare rispetto a quella del fallimento, che comporta rigide verifiche sull’ammissibilità dello stesso sia in fase di proposta del piano sia nella fase di omologazione del piano oltre che dispendiosa.

Vi sono, però, anche vantaggi, tra cui il fatto che le operazioni compiute in esecuzione del concordato sono esenti da azione revocatoria. Il debitore è libero, inoltre, di scegliere il contenuto del piano di concordato potendo addirittura prevedere un pagamento solo parziale dei creditori privilegiati. La possibilità, anche in tal caso, di proseguire l’attività di impresa allorquando il concordato non sia prettamente liquidatorio. Inoltre, una volta omologato, il concordato è vincolante anche per i creditori dissenzienti ed estranei, compresa l’amministrazione fiscale, nel caso in cui si usufruisca della transazione fiscale.
Si dovrà dunque tenere conto della esposizione debitoria che sarà oggetto di risanamento, della natura dei debiti e delle risorse finanziarie della azienda per valutare quale strumento possa essere il più adeguato a soddisfare l’esigenza di risanamento della impresa, tenuto anche conto del fatto che vi è un ulteriore istituto, quello della ristrutturazione con intermediari finanziari di cui all’art. 182 septies, che potrebbe essere utilizzato qualora almeno metà dell’esposizione debitoria sia verso intermediari finanziari.

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