Lavoro subordinato e lavoro autonomo: la Corte di Cassazione delinea i tratti distintivi

Nell’ambito del diritto del lavoro, un tema fondamentale riguarda la differenza tra lavoro autonomo e subordinato e l’identificazione dei tratti distintivi di tali categorie lavorative. Il presente contributo offre un’analisi dei tratti distintivi dei due rapporti di lavoro alla luce della giurisprudenza della Suprema Corte di Cassazione.

Lavoro autonomo e subordinato

Qualificare un rapporto di lavoro come subordinato o autonomo è un’operazione che, da sempre, riveste rilevanza non solo giuridica ma anche sociale ed economica e ne è dimostrazione il costante lavoro della dottrina e della giurisprudenza intorno al concetto di subordinazione, finalizzato, ormai da lungo tempo, alla ricerca dei tratti caratteristici di essa e all’individuazione del confine tra lavoro autonomo e subordinato.

Conseguenze relative alla distinzione tra lavoro autonomo e subordinato

A tale distinzione si ricollegano, infatti, diverse conseguenze. Il rapporto di lavoro subordinato, invero, soggiace alla tutela giuslavoristica prevista dal codice civile, dalle leggi speciali e dai contratti collettivi di lavoro; al rapporto di lavoro autonomo, invece, si applica la disciplina sull’impresa, se ha carattere imprenditoriale, ovvero la disciplina del contratto d’opera, nel caso in cui rivesta carattere personale. Ebbene, al rapporto di lavoro dipendente si ricollegano svariati effetti che incidono sullo stesso contenuto del rapporto di lavoro, investendo diversi aspetti come il diritto alla retribuzione, i contributi sugli stipendi, le ferie non godute, il trattamento di fine rapporto e tutti gli altri emolumenti derivanti dall’applicazione dei contratti collettivi nazionali di categoria.

La giurisprudenza di legittimità, pertanto, nell’affrontare la vexata quaestio relativa alla distinzione tra rapporto di lavoro autonomo e rapporto di lavoro subordinato ha osservato che, attualmente, i due tipi di rapporto raramente compaiono nelle loro forme “primitive” e più semplici, in quanto i diversi aspetti della vita quotidiana e di una realtà sociale in continua trasformazione, hanno introdotto in ognuno di essi elementi che perturbano la originaria semplicità del “tipo legale”, rendendo spesso i medesimi qualcosa di ibrido e difficilmente definibile.

Ne deriva, dunque, che la qualificazione come lavoro autonomo o come lavoro subordinato e la riconduzione sotto l’uno o l’altro nomen iuris diventa più complicata e richiede una più approfondita opera di accertamento della realtà oggettiva e fattuale.

Elemento essenziale di distinzione tra lavoro autonomo e lavoro subordinato

Secondo un consolidato orientamento della Suprema Corte, ribadito anche nella recente ordinanza n. 1555/2020, l’elemento essenziale di differenziazione tra lavoro autonomo e lavoro subordinato consiste nel vincolo di soggezione del lavoratore al potere direttivo, organizzativo e disciplinare del datore di lavoro, da ricercare in base ad un accertamento esclusivamente compiuto sulle concrete modalità di svolgimento della prestazione lavorativa.

Il vincolo della subordinazione consiste quindi nell’assoggettamento del lavoratore al potere del datore di lavoro, che si manifesta nell’emissione di ordini specifici, oltre che nell’esercizio di un’assidua attività di controllo e di vigilanza sulla corretta esecuzione delle prestazioni lavorative. Il controllo può esercitarsi anche sulle assenze del dipendente il quale, se subordinato, è tenuto a comunicare immediatamente la propria indisponibilità, obbligo che invece non ha il lavoratore autonomo.

I vincoli della subordinazione

Quanto, poi, ai caratteri che debbono presentare le direttive impartite dall’imprenditore affinché possano essere considerate come espressione di subordinazione, la giurisprudenza ha più volte statuito che esse non rilevano al riguardo se non siano assolutamente pregnanti ed assidue, traducendosi in un’attività di direzione costante e cogente atta a privare il lavoratore di qualsiasi autonomia decisionale e margini di manovra.

L’organizzazione del lavoro attraverso disposizioni o direttive costituisce una modalità di coordinamento e di eterodirezione propria di qualsiasi organizzazione aziendale e si configura quale semplice potere di sovraordinazione e di coordinamento, di per sé compatibile con altri tipi di rapporto, dovendosi invece ritenere che il potere direttivo e disciplinare, nella subordinazione, debba manifestarsi con ordini specifici, reiterati ed inerenti alla prestazione lavorativa e non in mere direttive di carattere generale (Cass. n. 2728/2010; Cass. n. 26986/2009; Cass. n. 20002/2004).

Anche la recente giurisprudenza costituzionale in tema di lavoro autonomo e dipendente (Corte Cost. n.76/2015) ha osservato che, nell’ambito del lavoro subordinato, «il potere direttivo, pur nelle multiformi manifestazioni che presenta in concreto a seconda del contesto in cui si esplica e delle diverse professionalità coinvolte, si sostanzia nell’emanazione di ordini specifici, inerenti alla particolare attività svolta e diversi dalle direttive d’indole generale, in una direzione assidua e cogente, in una vigilanza e in un controllo costanti, in un’ingerenza, idonea a svilire l’autonomia del lavoratore».

Il vincolo di subordinazione, pertanto, esprime la dipendenza gerarchica, oltre che tecnica e funzionale, del prestatore di lavoro nei confronti del datore nel corso dell’esecuzione della prestazione lavorativa.

In particolare, mentre la subordinazione del lavoro dipendente implica l’effettivo inserimento del lavoratore nella organizzazione imprenditoriale del datore di lavoro in maniera continuativa e sistematica mediante la messa a disposizione, a suo favore, delle proprie energie lavorative (operae) in maniera conforme ad un risultato utile per il datore di lavoro, nel lavoro autonomo l’oggetto della prestazione è costituito dal risultato dell’attività (opus): ex multis, e già da epoca non recente, Cass. Civ n.12926/1999; n. 5464/1997, n. 4770/2003, n. 5645/2009.

Accertamento dei parametri della subordinazione

Costante è inoltre l’affermazione secondo cui il nomen iuris eventualmente assegnato dalle parti al contratto non è vincolante per il giudice ed è comunque sempre superabile in presenza di effettive, univoche e diverse modalità di adempimento della prestazione (Cass. n.812/1993).

Invero, per pervenire alla identificazione della natura del rapporto come autonomo o subordinato, non si può prescindere dalla ricerca della volontà delle parti, dovendosi tra le altre cose tener conto di quanto le stesse hanno voluto nell’esercizio della loro autonomia contrattuale.

Pertanto, quando i contraenti abbiano dichiarato di voler escludere l’elemento della subordinazione, specialmente nei casi caratterizzati dalla presenza di elementi compatibili sia con l’uno che con l’altro tipo di rapporto, è possibile giungere ad una diversa qualificazione solo ove si dimostri che, in concreto, l’elemento della subordinazione si sia di fatto concretamente realizzato nello svolgimento del rapporto medesimo (Cass. Civ. n. 4228/1991; n.12926/1999). Infatti le parti, pur volendo attuare un rapporto di lavoro subordinato, potrebbero aver simulatamente dichiarato di volere un rapporto autonomo al fine di eludere la disciplina legale in materia (Cass. n. 17455/2009; Cass. n. 19199/2013).

E’ doveroso infine sottolineare, in adesione a numerosi arresti, che, ai fini della individuazione della natura giuridica del rapporto, il primario parametro distintivo della subordinazione deve essere necessariamente accertato od escluso mediante il ricorso ad elementi sussidiari che il giudice deve individuare in concreto, dando prevalenza ai dati fattuali emergenti dall’effettivo svolgimento del rapporto, essendo il comportamento delle parti posteriore alla conclusione del contratto elemento necessario non solo ai fini della sua interpretazione (ai sensi dell’art. 1362, secondo comma, c.c.), ma anche ai fini dell’accertamento di una nuova e diversa volontà eventualmente intervenuta nel corso dell’attuazione del rapporto e diretta a modificare singole sue clausole e talora la stessa natura del rapporto lavorativo inizialmente prevista, da autonoma a subordinata; con la conseguenza che, in caso di contrasto fra i dati formali iniziali di individuazione della natura del rapporto e quelli di fatto emergenti dal suo concreto svolgimento, a questi ultimi deve darsi necessariamente rilievo prevalente (Cass. Civ. n. 4770/2003; n.5960/1999).

Invero in molte sentenze in ambito di lavoro autonomo e subordinato, la giurisprudenza di legittimità è pervenuta al riconoscimento della sussistenza della subordinazione esclusivamente sulla base di indici diversi dalla soggezione alle direttive dell’imprenditore.

Così, è comune l’affermazione secondo cui, ove l’assoggettamento del lavoratore alle direttive altrui non sia agevolmente apprezzabile a causa della peculiarità delle mansioni, occorre fare riferimento, come sopra già specificato, a criteri complementari e sussidiari da individuarsi concretamente, che riconoscono il rapporto di lavoro come subordinato.

Si tratta di elementi come la collaborazione, la continuità nello svolgimento delle prestazioni lavorative , l’osservanza di un orario di lavoro, il pagamento a cadenze periodiche di una retribuzione, il coordinamento dell’attività lavorativa all’assetto organizzativo dato dal datore di lavoro, l’assenza in capo al lavoratore di una sia pur minima struttura imprenditoriale, l’assenza di rischio economico in capo al lavoratore, elementi che, seppur privi ciascuno di valore decisivo, possono essere valutati globalmente come indici rivelatori del vincolo di subordinazione ed idonei anche a prevalere, ove incompatibili con l’assetto previsto dalle parti, sull’eventuale volontà contraria manifestata dalle stesse(Cass Civ. n. 9252/2010; n. 9256/2009, n.4500/2007; n.13858/2009).

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