Licenziamento discriminatorio: cos’è e come impugnarlo

Il licenziamento discriminatorio è una delle varie forme di licenziamento illegittimo previste dalla normativa italiana. Leggi il nostro approfondimento.

Che cos’è licenziamento discriminatorio?

Il licenziamento discriminatorio si configura qualora il provvedimento che pone fine al rapporto di lavoro sia determinato da caratteristiche personali del lavoratore, quali ad esempio il sesso o l’orientamento sessuale.

Si tratta, pertanto, di una delle più gravi forme di licenziamento illegittimo in quanto le motivazioni che determinano la cessazione del rapporto di lavoro sono in contrasto con il principio di eguaglianza sancito a livello costituzionale.

Differenza tra licenziamento discriminatorio e ritorsivo

Prima di considerare la normativa vigente in materia di licenziamento discriminatorio, è bene distinguere tra licenziamento discriminatorio e licenziamento ritorsivo, due fattispecie spesso a torto assimilate. Come anticipato, il licenziamento discriminatorio si configura qualora le ragioni poste alla base dell’interruzione del rapporto di lavoro siano legate a caratteristiche particolari del lavoratore, quali ad esempio la nazionalità.

Diversamente, il licenziamento ritorsivo si configura come una forma di ingiusta ed arbitraria reazione da parte del datore di lavoro ad un comportamento legittimo del lavoratore. La natura ritorsiva del provvedimento che porta alla cessazione del rapporto di lavoro è dunque l’elemento caratterizzante del licenziamento ritorsivo, ma non del licenziamento discriminatorio. Resta ferma l’illegittimità di entrambe le forme di licenziamento.

Quando si verifica il licenziamento discriminatorio?

Il licenziamento discriminatorio si verifica qualora la discriminazione risulti essere l’unica ragione sottesa alla cessazione del contratto di lavoro. Rientrano tra i fattori di discriminazione configuranti questa specifica forma di licenziamento illegittimo:

  • il sesso;
  • la razza;
  • la lingua;
  • la religione;
  • le opinioni politiche, sindacali e filosofiche;
  • l’età;
  • motivi di salute;
  • la disabilità.

Rientra tra le ipotesi di licenziamento discriminatorio per motivi di salute. Tuttavia, in tale ipotesi, la tutela garantita al lavoratore viene meno qualora la malattia vada oltre il periodo di comporto stabilito o qualora questa determini uno scarso rendimento del lavoratore e quindi un danno al datore di lavoro.

Come impugnare il licenziamento discriminatorio

In caso di licenziamento discriminatorio, il lavoratore potrà proporre ricorso per il riconoscimento della natura illegittima del provvedimento adottato dal datore di lavoro. In caso di impugnazione, è importante soffermarsi sul regime dell’onere della prova applicabile in caso di licenziamento discriminatorio.

In primo luogo, spetta al lavoratore l’onere di allegare circostanze di fatto dalle quali si possa dedurre per inferenza che la discriminazione abbia avuto luogo. In particolare, il lavoratore dovrà allegare:

  • il fattore di discriminazione;
  • il trattamento che si assume essere più sfavorevole rispetto a quello riservato a altri lavoratori in condizioni analoghe;
  • elementi dai quali possa desumersi una correlazione tra questi due elementi (fattore discriminante e trattamento).

Una volta fornita tale prova, l’onere probatorio risulterà invertito e spetterà al datore di lavoro provare circostanze inequivoche, idonee a escludere, per precisione, gravità e concordanza di significato, la natura discriminatoria del recesso (da ultimo Cass. sent. n. 1 del 2 gennaio 2020).

Il sistema sanzionatorio applicabile in ipotesi di licenziamento discriminatorio è particolarmente severo. La Riforma Fornero, infatti, ha previsto la sanzione principale della reintegra del lavoratore nel posto di lavoro, a prescindere dal numero di lavoratori impiegati dall’azienda. Con l’entrata in vigore del Jobs Act, è stata prevista la possibilità per il lavoratore illegittimamente licenziato per motivi discriminatori di optare per il versamento di un’indennità pari a 15 mensilità percepite quale alternativa alla reintegra nel posto di lavoro.

Risarcimento per licenziamento discriminatorio

In aggiunta alla sanzione della reintegra già menzionata, il lavoratore avrà altresì diritto ad ottenere un risarcimento pari ad un minimo di 5 mensilità di retribuzione. Il datore di lavoro dovrà altresì provvedere al versamento dei contributi previdenziali relativi al periodo in cui il lavoratore sia rimasto assente dal posto di lavoro quale conseguenza del licenziamento discriminatorio.

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