Sentenza n. 28/2020 del Tribunale di Terni – sezione lavoro Applicabilità del Rito Fornero alle aziende con meno di 16 dipendenti

Avv. Barbara Cito

Con la pronuncia n. 28/2020, il Tribunale di Terni – sezione lavoro – ha dichiarato la ritorsività di un licenziamento intimato all’interno di un’azienda con meno di 16 dipendenti, condannando la società al pagamento in favore del lavoratore di una indennità di 15 mensilità, in luogo della reintegra, in virtù dell’esercitato diritto di opzione, nonché alla corresponsione di un’indennità commisurata all’ultima retribuzione globale di fatto dal giorno del licenziamento a quello dell’esercizio del diritto di opzione, oltre ai contributi previdenziali ed assistenziali

Nel caso di specie, la società aveva proposto opposizione all’ordinanza , emessa nella prima fase del Rito Fornero, con la quale era stata  accolta l’impugnazione del licenziamento proposta dal lavoratore, ordinandone la reintegra per la ritorsività del recesso del datore.

In via preliminare, la società contestava proprio l’ammissibilità del ricorso introdotto con rito Fornero, deducendo che, in assenza del requisito dimensionale, il lavoratore non potesse applicare il suddetto Rito .

La sentenza ha dichiarato l’applicabilità del Rito Fornero nonostante le dimensioni dell’azienda (con meno di 16 dipendenti), precisando che ““la Corte di Cassazione (cfr. Cass. n. 1775/2016) ha ormai chiarito come la correttezza del rito prescelto debba essere vagliata non alla luce della fondatezza dei motivi del ricorso, bensì alla stregua della prospettazione attorea, salvo il limite delle presentazioni artificiose. Di tal chè, dedotta la natura discriminatoria del licenziamento, la relativa impugnativa può essere proposta con il rito c.d. Fornero stante il combinato disposto degli articoli 1, comma 47, legge numero 92 /2012 ed art. 18, comma 1, l. numero 300 del 1970 ratione temporis  applicabile”,

Il Tribunale di Terni ha, peraltro, ritenuto ammissibile il ricorso introdotto dal lavoratore  con Rito Fornero avendo questi richiesto in via principale  l’accertamento della ritorsività del licenziamento – e, per l’effetto, la reintegra nel posto di lavoro – ed ha, altresì, ammesso la domanda subordinata di tutela obbligatoria prevista dalla legge n. 604/1966.

Ha, infatti, richiamato l’orientamento consolidato della Suprema Corte (cfr. ex pluris sentenza n. 12094/2016) che non ritiene condivisibile la tesi secondo la quale la domanda di impugnativa del licenziamento, nelle ipotesi regolate dalla l. 604/1966, sia fondata su elementi costitutivi diversi da quella fondata sull’art. 18 dello statuto, in quanto il requisito dimensionale dell’impresa non è un elemento costitutivo della domanda del lavoratore, ammettendo, pertanto, la domanda subordinata sia pur avente ad oggetto la condanna al pagamento di una indennità risarcitoria.

Nel merito, il Tribunale ha accolto la domanda principale di tutela reale, ritenendo ritorsivo il licenziamento intimato con lettera “contraddittoria” che, da una parte, alludeva a non meglio precisati illeciti disciplinari asseritamente commessi dal lavoratore ma mai contestatigli prima dell’intimazione dell’immediato recesso, dall’altra richiamava una presunta e assolutamente generica impossibilità di ricollocare il dipendente in altro settore produttivo.

L’evidente contraddittorietà delle motivazioni del recesso è stata, quindi, ritenuta un grave indizio della insussistenza dei fatti (presunti illeciti disciplinari e presunto giustificato motivo oggettivo) posti a base del licenziamento.

Rilevando, altresì, la necessità dell’indicazione di una motivazione del licenziamento sufficientemente specifica e completa, tale da consentire al lavoratore di individuare con chiarezza e precisione la causa del suo licenziamento sì da poter esercitare un’adeguata difesa, il Tribunale  ha così dichiarato  la ritorsività del licenziamento dopo avere esaminato tutti i motivi addotti dal datore di lavoro e la loro infondatezza.

In particolare, con riferimento alla giusta causa, evidenziata la genericità delle contestazioni e la mancata applicazione del procedimento disciplinare,  ha precisato che il radicale difetto di contestazione dell’infrazione determina l’inesistenza dell’intero procedimento, non solo l’inosservanza delle norme che lo disciplinano, con conseguente applicazione della tutela reintegratoria, di cui al comma 4 dell’art. 18 della l. n. 300 del 1970, come modificato dalla l. n. 92 del 2012, richiamata dal comma 6 del predetto articolo per il caso di difetto assoluto di giustificazione del provvedimento espulsivo, tale dovendosi ritenere un licenziamento disciplinare adottato senza alcuna contestazione di addebito.

Con riferimento alla sussistenza di un giustificato motivo oggettivo ha rilevato, peraltro, la mancata indicazione delle motivazioni per le quali il posto del lavoratore sarebbe stato soppresso, attesa la mancanza di qualsiasi riferimento alle esigenze tecniche organizzative e produttive dell’azienda così come alle ragioni dell’impossibilità del repachage.

A tal ultimo proposito, peraltro, accogliendo i rilievi del lavoratore il quale adduceva l’esistenza di un unico centro d’imputazione di interessi tra due aziende – evidenziando di essere stato assunto da una società e di essere passato ad un’altra, senza neppure essere stato licenziato dalla prima – e, per l’effetto la necessità di valutare la possibilità di repechage anche con riferimento ai dipendenti dell’altra, ha, altresì, accertato la violazione  di tale obbligo.

Ritenendo pertanto, la soppressione del posto di lavoro “un mero effetto di risulta” e non la causale, nonché accertando la palese violazione dell’obbligo di repechage con riferimento anche all’altra società costituente un unico centro d’imputazione di interesse, “l’assoluta contraddittorietà e genericità dei motivi di licenziamento, l’insussistenza degli illeciti disciplinari e la manifesta insussistenza del giustificato motivo oggettivo” sono stati considerati tutti elementi da cui desumere la natura ritorsiva del licenziamento intimato.

Per tali ragioni, anche sulla scorta di produzione documentale attestante la illegittima riduzione della retribuzione contestata dal lavoratore, il Tribunale ha accertata l’illegittimità del licenziamento intimato per ritorsività, con conseguente diritto del lavoratore alla reintegra – sostituita nel caso di specie,  in virtù dell’esercizio del diritto di opzione, dalla corresponsione di 15 mensilità – oltre che al pagamento di un’indennità commisurata all’ultima retribuzione globale di fatto dal giorno del licenziamento a quello dell’esercizio del diritto di opzione, oltre ai contributi previdenziali ed assistenziali.