Qualifica dirigenziale di fatto: quando spetta il trattamento da dirigente
Sulla busta paga c’è scritto quadro, oppure funzionario. Ma le mansioni che svolgi sono quelle di un dirigente: decidi, rappresenti l’azienda verso l’esterno, rispondi soltanto al vertice. In questi casi la qualifica formale può non contare.
Conta quello che fai, non come ti chiamano
L’inquadramento non dipende dal nome scritto nel contratto ma dalle mansioni effettivamente svolte. Se sono quelle proprie della categoria dirigenziale, il trattamento dirigenziale può spettare anche in assenza di una nomina formale.
Gli indici che si valutano
- Autonomia decisionale: poteri di iniziativa e di spesa, non semplice esecuzione di direttive;
- collocazione nell’organigramma: dipendenza diretta dal vertice, assenza di livelli intermedi;
- rappresentanza esterna: trattative, firma di contratti, rapporti con clienti e fornitori in nome dell’azienda;
- direzione di persone e risorse;
- incidenza sull’andamento dell’impresa, o di un suo settore rilevante.
Nessuno di questi elementi basta da solo. È il quadro complessivo che conta, e va ricostruito con i documenti: deleghe, organigrammi, corrispondenza, procure.
Che cosa comporta il riconoscimento
Il riconoscimento della qualifica dirigenziale apre alle differenze retributive per il periodo in cui le mansioni sono state svolte, all’applicazione del contratto collettivo dei dirigenti e, in caso di licenziamento, alle tutele proprie della categoria, a partire dall’indennità supplementare.
Quando conviene sollevare la questione
Spesso emerge al momento dell’uscita, ed è comprensibile. Ma sollevarla prima, con il rapporto ancora in corso, cambia il valore della posizione in una trattativa. È una scelta da valutare caso per caso, perché ha implicazioni anche sul rapporto in essere.
Come lavoriamo
Il primo colloquio è in videoconferenza e si svolge in tutta Italia. Servono il contratto, le buste paga e ogni documento che mostri cosa fai davvero: deleghe, organigrammi, email operative.
Qualifica dirigenziale di fatto: quando spetta l’inquadramento superiore
«Parola all’Avvocato», Cusano Italia TV — Avv. Ugo Papa, giuslavorista, partner dello Studio Legale Lombardo
Mansioni superiori: quando spetta l’inquadramento più alto
Conduzione — Oggi parliamo di inquadramento lavorativo, riprendendo un discorso che affrontiamo nuovamente con l’avvocato Ugo Papa.
Avv. Ugo Papa — Avevamo già affrontato il tema dell’ipotesi in cui un dipendente che, dopo lunghi anni di servizio, si sia conquistato la fiducia del datore di lavoro, si trovi a svolgere mansioni che — per ampiezza di autonomia, livello di responsabilità e complessità — non sono più proprie del livello contrattuale al quale è stato assunto, bensì di un livello superiore. Avevamo già detto come in questa ipotesi il lavoratore abbia diritto a pretendere il definitivo inquadramento nel livello superiore e a richiedere le differenze retributive al datore di lavoro.
Dai quadri direttivi alla categoria dirigenziale
Conduzione — Siamo davanti a un lavoratore all’interno dell’area impiegatizia, un quadro. Per quanto riguarda le mansioni superiori è previsto una sorta di passaggio a una mansione superiore?
Avv. Papa — Il fenomeno di cui abbiamo appena parlato può verificarsi anche nei confronti degli impiegati arrivati al vertice della categoria impiegatizia, o dei quadri direttivi, ai quali vengano richieste mansioni che — per livello di responsabilità, autonomia decisionale e complessità — siano utili a indirizzare la vita dell’intera azienda, piuttosto che di un ramo specifico della stessa. In questo caso l’impiegato si troverebbe a svolgere mansioni proprie della categoria dirigenziale e a rispondere del proprio operato direttamente all’imprenditore, senza alcun vincolo di subordinazione gerarchica nei confronti di altri lavoratori.
Il dirigente come alter ego dell’imprenditore
Avv. Papa — La giurisprudenza della Suprema Corte di Cassazione ha infatti definito il dirigente come un alter ego dell’imprenditore, che proprio in virtù dell’ampiezza delle responsabilità e dell’autonomia decisionale ha la possibilità di imprimere una direzione all’intera azienda, dovendo semplicemente rispettare le direttive di massima che l’imprenditore gli attribuisce, ma senza essere gerarchicamente subordinato a nessun altro dipendente.
Ruolo dirigenziale e subordinazione gerarchica
Avv. Papa — La giurisprudenza ha affermato l’incompatibilità del ruolo dirigenziale con la subordinazione gerarchica. Questo vale anche nelle aziende che, per la composizione dell’organigramma e per le dimensioni aziendali, richiedono la presenza di più dirigenti: anche in questo caso ogni dirigente deve essere autonomo rispetto agli altri e non deve essere gerarchicamente subordinato a nessuno di essi, ma le funzioni di ognuno devono essere coordinate a quelle degli altri.
Quando il CCNL non prevede la categoria dei dirigenti
Conduzione — Consideriamo il contratto collettivo nazionale e la possibilità che manchi il ruolo dirigenziale all’interno di quel contesto: può capitare?
Avv. Papa — Può capitare, perché non tutti i contratti collettivi nazionali vigenti nel nostro Paese prevedono, per quello specifico settore di riferimento, la categoria legale dei dirigenti. In questa ipotesi il lavoratore che reclami l’inquadramento in tale categoria non potrà fare riferimento alle declaratorie contrattuali — che per quel settore non esistono — ma dovrà dare la prova dell’ampiezza delle mansioni che gli sono attribuite, dei livelli di responsabilità che gli sono stati attribuiti e del potere che ha avuto di dirigere l’azienda senza dover rispondere gerarchicamente a nessuno.
È una situazione diversa dalle ipotesi in cui il contratto collettivo prevede la categoria legale del dirigente: lì il giudice dovrà semplicemente valutare la rispondenza delle mansioni in concreto svolte dal lavoratore a quelle previste nelle declaratorie del contratto collettivo.
Differenza fra dirigente e quadro direttivo
Conduzione — Quale differenza c’è fra un dirigente e un quadro direttivo?
Avv. Papa — Per valutare la differente portata delle attribuzioni fra il dirigente e il quadro direttivo si deve fare riferimento in primo luogo all’ampiezza dell’autonomia decisionale: la generalità dei contratti collettivi attribuisce al quadro direttivo un’autonomia decisionale non illimitata, ma circoscritta agli specifici incarichi assegnati in determinati settori di competenza, al contrario del dirigente, che gode di un’autonomia decisionale pressoché illimitata.
Altro elemento basilare per valutare lo svolgimento di mansioni di dirigente piuttosto che di quadro direttivo è il rapporto in cui il lavoratore si pone con eventuali superiori gerarchici.
Il «dirigente alla sicurezza»
Avv. Papa — Una menzione particolare merita infine il dirigente alla sicurezza, che indipendentemente dal titolo attribuitogli rimane pur tuttavia un quadro direttivo, a cui lo stesso testo unico sulla sicurezza attribuisce un certo grado di autonomia decisionale finalizzato specificamente a compiti organizzativi e di vigilanza in un determinato ambito.