Lavoratore regolare e lavoratore in nero, quando conviene l’uno e quando l’altro?

Il fenomeno del lavoro in nero consiste in quella pratica, ampiamente diffusa, di utilizzare lavoratori subordinati in assenza di una successiva comunicazione al Centro per l’Impiego di riferimento da parte del datore di lavoro.

Non solo.

Il committente omette altresì la denuncia nominativa all’INAIL e all’INPS, ovvero impedisce la registrazione sul libro matricola che consente agli organi di vigilanza immediato riscontro del personale occupato.

Questa prassi costituisce una vera e propria truffa nell’esercizio di un’attività professionale e nell’assunzione di dipendenti, e ha quale rilevante precipitato quello di non garantire al dipendente irregolare nessuna copertura contributiva, retributiva e fiscale, impedendo allo stesso di beneficiare delle tutele legislative previste in caso di licenziamento.

Lavorare a nero: a chi conviene? Chi ci rimette?

Alla luce delle predette considerazioni, quando conviene allora il lavoro in nero?
Partendo dall’analisi della posizione del datore di lavoro, il Decreto Semplificazioni Attuativo del Jobs Act ha previsto un inasprimento delle multe per il titolare di un’impresa che assume personale senza regolare contratto di lavoro. L’importo complessivo della sanzione viene determinato in relazione al numero di giorni in cui il lavoratore risulta “assunto” irregolarmente.

La pena viene ulteriormente aumentata qualora il dipendente sia un extra-comunitario sprovvisto del permesso di soggiorno.

Ne consegue che il committente, oltre a commettere un grave illecito, potrebbe addirittura rimetterci.

Riguardo alla posizione del lavoratore irregolare, va premesso che, generalmente, quest’ultimo è considerato la parte debole del rapporto di lavoro; pertanto, l’ordinamento non prevede particolari sanzioni a suo carico qualora venga scoperto. Tuttavia, in alcuni casi, anche il dipendente che lavora in nero può essere esposto a denunce da parte della Procura della Repubblica rischiando l’irrogazione di una sanzione.

A titolo meramente esemplificativo, si cita il caso del dipendente sommerso che percepisca l’indennità di disoccupazione o benefici di ammortizzatori sociali (Reddito di Cittadinanza), ovvero il lavoratore in nero che presenti lo stato di disoccupato presso il Centro per l’Impiego o l’INPS.

Nessuna convenienza

Eppure, la conseguenza più importante derivante dall’assenza di contratto si sostanzia nella privazione dei diritti sociali in capo al lavoratore. Egli non possiede, di fatto, nessun diritto alla disoccupazione o alla pensione, dal momento che i contributi richiesti non sono mai stati versati dal datore di lavoro.

In conclusione, nonostante il lavoro sommerso possa apparire economicamente vantaggioso sia per chi offra occupazione (che beneficia di sgravi fiscali) sia per chi presti il proprio lavoro, in realtà si tratta di una formula che non convince in nessun caso.

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