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Gli “indici rivelatori” del ruolo di Dirigente

Avv. Ugo Papa Avv. Ugo Papa 4 minuti di lettura
Gli “indici rivelatori” del ruolo di Dirigente

Al fine di valutare se il lavoratore, inquadrato al vertice della carriera impiegatizia, svolga, ovvero abbia svolto, in concreto mansioni riferibili al Dirigente, la giurisprudenza della Suprema Corte (Cass. Civ, sent. n. 11218/1999) ha definito in termini rigorosi – desumendola da un consolidato orientamento giurisprudenziale – la categoria legale dei Dirigenti.

La Corte di Cassazione ha, infatti, ritenuto che il Dirigente sia il lavoratore che si configura come un alter ego dell’imprenditore e che sia preposto alla direzione dell’intera Azienda, ovvero ad una branca o ad un settore autonomo della stessa.

Al fine di concludere per l’inquadramento del lavoratore come Dirigente è necessario che lo stesso abbia svolto, o svolga, in concreto attribuzioni che, per ampiezza, potere di iniziativa e discrezionalità, gli consentano di imprimere alla gestione dell’Azienda un indirizzo ovvero un orientamento complessivo.

In buona sostanza, quindi, il Dirigente è quel lavoratore che ha responsabilità di alto livello, che gode di piena autonomina nelle scelte di indirizzo dell’attività aziendale e che è sottoposto unicamente alle direttive del datore di lavoro stesso.

Le conclusioni alla quale la giurisprudenza è pervenuta consistono nella impossibilità per un Dirigente di essere sottoposto a vincoli di subordinazione gerarchica nei confronti di altro Dirigente.

Vi è, infatti, incompatibilità fra la qualifica dirigenziale e l’espletamento delle mansioni da parte del lavoratore con vincolo di dipendenza gerarchica; tale incompatibilità permane anche in ipotesi di Azienda connotate da una complessità organizzativa tale da richiedere la presenza di una pluralità di dirigenti con compiti graduati fra di loro. Posto che i compiti del Dirigente sono caratterizzati da significativa autonomia e poteri decisionali, che li differenziano qualitativamente da quelli affidati agli impiegati direttivi, per il riconoscimento del ruolo dirigenziale, infatti, è necessario che le mansioni del lavoratore che reclama tale ruolo siano coordinate con quelle svolte da altri Dirigenti e non subordinate ad esse (Cass. Civ., sent. n. 4272/2011).

Sul punto, tuttavia, si deve segnalare una giurisprudenza di merito secondo la quale l’attribuzione della qualifica di Dirigente può spettare – laddove la nozione in tal senso sia ricavabile dal C.C.N.L. di riferimento – anche al lavoratore che si trovi in una situazione di sottoposizione gerarchica rispetto ad altro Dirigente, purché al Dirigente di “grado inferiore” sia, comunque, riservata una vasta autonomia decisionale ancorché circoscritta dal potere direttivo di massima del Dirigente di livello superiore.

Conseguentemente, così come la subordinazione di un Dirigente ad un altro non può escludere l’attribuzione della qualifica dirigenziale al primo, la sua collocazione ai vertici dell’azienda, in assenza di conferimento di autonomi poteri decisionali in grado di influire in modo determinante sugli obbiettivi dell’azienda, non necessariamente la implica.

La Suprema Corte, ancora, ha affermato come ai fini della configurazione della natura dirigenziale del lavoro svolto (nel quale il lavoratore gode di ampi margini di autonomia ed il potere del datore di lavoro si estrinseca non già in controlli ed ordini continui ed invasivi, bensì nell’emanazione di principi di carattere generale e programmatico ai quali il lavoratore deve ispirarsi), il Giudice deve valutare la sussistenza o meno di una situazione di coordinamento funzionale della prestazione lavorativa con gli obiettivi dell’organizzazione aziendale utile a ricondurre ai tratti distintivi della subordinazione, ancorché attenuata (Cass. Civ., sent. n. 7517/2012).

Presupposto essenziale per il riconoscimento della qualifica dirigenziale è, quindi, l’esercizio del potere di iniziativa e di individuazione di strategie aziendali in modo autonomo – caratteristica quest’ultima incompatibile con l’assoggettamento a vincoli di subordinazione gerarchica consistente, invece, nell’assoggettamento del lavoratore al potere di disposizione della prestazione lavorativa e di controllo intrinseco dello svolgimento della stessa.

Anche in ipotesi in cui il C.C.N.L. che disciplina il rapporto di lavoro non preveda la figura professionale del Dirigente, è pacifico che queste debba essere determinata – in relazione alla previsione codicistica di cui all’art. 2095 cod. civ. – alla luce dei criteri individuati dalla giurisprudenza, tento conto del carattere dell’autonomia e della discrezionalità del potere decisionale, nonché della mancanza di una vera e propria dipendenza gerarchica nonché, da ultimo, dall’ampiezza delle funzioni tale da influire sulla conduzione dell’intera azienda, ovvero su un ramo autonomo, e non circoscritte ad un solo settore o ufficio di essa.

In tale ultima ipotesi (i.e. mancanza dell’attribuzione formale della categoria dirigenziale in sede di C.C.N.L.), il dipendente ha l’onere di fornire piena e rigorosa prova dell’attività effettivamente svolta nonché dei fatti e degli elementi che consentono di individuare l’elemento qualificante della categoria dirigenziale, costituito dal potere decisionale direttamente inerente alle scelte di politica aziendale.

Diversamente, laddove l’appartenenza alla categoria dirigenziale sia espressamente preveduta e regolata dalla contrattazione collettiva, il Giudice – chiamato a pronunciarsi sulla richiesta di inquadramento del lavoratore – dovrà attenersi ai requisiti previsti dalle disposizioni della contrattazione collettiva e non già alla nozione legale della categoria.

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Ugo Papa

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Ugo Papa

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Laureato presso l’Università degli Studi di Roma “La Sapienza” nel 2000, ha conseguito l’abilitazione all’esercizio della professione forense nel 2003 e dallo stesso anno è iscritto all’Albo tenuto dall’Ordine degli…

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